Pochi sanno che la legge che dovrebbe regolare il fenomeno della prostituzione in Italia è in totale contrasto con la nostra costituzione. Infatti, la legge n. 75 del 20 febbraio 1958, intitolata: “Guerra alla prostituzione e allo sfruttamento della prostituzione”, ma più tristemente nota come “legge Merlin”, dal nome della senatrice socialista che per dodici anni continuò a proporla in parlamento fino a quando non fu approvata, si ispira a criteri di discriminazione che costituiscono una palese violazione della nostra Costituzione. Vediamo insieme come è stato possibile tutto questo e quali aspetti della legge rappresentano ancora oggi un grave pericolo per la convivenza civile, la libertà e una reale modernizzazione in avvicinamento all’Europa.

“La mela di Eva”, prende dichiaratamente posizione a favore di una totale abrogazione di questa legge medioevale, che deve urgentemente essere sostituita da una moderna legislazione, sull’esempio di paesi più civili e liberi, come l’Olanda e la Spagna.

Nel mese di febbraio del 1958 il parlamento approvava la cosiddetta legge Merlin, che avrebbe creato seri problemi (e tuttora continua a farlo), allontanando sempre di più l’Italia dai paesi civili”

Tutto ebbe inizio una tragica notte di carnevale di molti anni fa…

Milano, 1935. È giovedì grasso, la notte di carnevale. Una studentessa universitaria di buona famiglia, borghese e religiosa, è colta da una sorprendente quanto violenta curiosità. Quella di potersi intrufolare, almeno una volta, in una casa di tolleranza (così si chiamavano all’epoca i bordelli, in Italia). In questi luoghi le donne non potevano entrare, nel senso che le uniche donne a cui era consentito l’accesso erano le puttane che vi lavoravano… Ma la nostra baldanzosa studentessa è un tipo tosto, una che non si arrende facilmente. Grazie alla complicità di un amico con la barba e utilizzando una barba posticcia, dopo essersi schiacciata il seno sotto il maglioncino, riesce ad entrare in un bordello del centro di Milano, superando i controlli all’ingresso, munita del documento dell’amico in questione. La fanciulla rimane in quel luogo alcune ore ed è quasi l’alba quando esce. Sconvolta e avvilita.

Come dichiarerà lei stessa, molti anni più tardi, in una famosa intervista rilasciata al “Corriere della Sera”, la nostra audace studentessa, non appena lasciato quell’antro di folle sessualità, pensò che “se una donna si riduce così non può che essere per una sola ragione: perché un uomo la costringe a farlo” e decise, seduta stante, che avrebbe “dedicato tutta la propria vita alla liberazione delle prostitute”.

Il nome di quella signorina di buona famiglia era Lina Merlin. Un nome che divenne tristemente famoso in seguito. Infatti, subito dopo la seconda guerra mondiale, non appena in Italia riprese la vita politica libera, la Merlin si gettò a capofitto in questa dimensione. Approdata in parlamento, prendeva costantemente la parola (qualunque fosse il tema in discussione) facendo notare ai colleghi che, per quanto gravi potessero essere gli altri problemi, il più grave di tutti era rappresentato dalla necessità della chiusura delle “case di tolleranza” e dalla messa al bando della prostituzione. Bisogna notare, a questo punto, che tanto furore iconoclasta contro l’esistenza delle “case chiuse” (come all’epoca la gente chiamava i postriboli italiani, a causa del fatto che la legge vigente imponeva a questi esercizi di tenere sempre costantemente chiuse le persiane di porte, finestre e balconi, in modo che a nessuno fosse possibile lanciare occhiate all’interno) non era dettato dalla necessità di modernizzare la legislazione in tema per liberare davvero le prostitute, come pretendeva la Merlin (le prostitute effettivamente in quel tipo di contesto legale erano davvero schiavizzate: non potevano ottenere la patente, erano schedate, avevano un bollino rosso sulla carta di identità, ecc) ma, al contrario, era ispirato da una follia sessuofobica, da tirannica bacchettona, quale in realtà sempre stata, in gioventù come in vecchiaia, Lina Merlin.

Siamo tutti controriformisti!

Correvano i primi anni del 500 quando il Vaticano, preoccupato per gli scismi sempre più numerosi e frequenti che i protestanti stavano attuando nell’Europa centro-settentrionale, indisse un grande Concilio, che si tenne a Trento e durò sedici anni. Da quel Concilio emerse una politica di particolare rigore repressivo, soprattutto in tema di sessualità. Superfluo sottolineare che l’unico paese in cui la Controriforma, inaugurata appunto dal Concilio di Trento, riuscì a incidere in profondità sul costume sociale fu l’Italia. Che si trasformò cos“ in un paese particolarmente bacchettone. La Controriforma si fa sentire ancora oggi. Per esempio, in riferimento al problema costituito dal fenomeno della prostituzione. Mentre i paesi più civili l’hanno regolamentata semplicemente considerandola un mestiere (in Olanda non esiste neppure il termine “prostituta”, sostituito da “sex worker”, vale a dire: lavoratrice sessuale…), in Italia lo spirito controriformistico continua a rappresentare un ostacolo insormontabile. Per il legislatore italiano la prostituzione è una sorta di perversa malattia, un “turpe mestiere”.

Tutti si affannano a chiedersi: ma perché queste donne si prostituiscono? E perché uno si mette a fare il tranviere o il palazzinaro? Per guadagnare. Ma l’idea che si possa lecitamente guadagnare utilizzando la fica e il buco del culo, la bocca e le tette (grazie agli spettri del Concilio di Trento, che ancora svolazzano in mezzo a noi) è inimmaginabile per tutti questi signori che ci governano.

Indipendentemente dal fatto che siano di destra, di sinistra o di centro. Sono tutti controriformisti, infatti… in versione soft rispetto ai desideri della promotrice. Basti pensare che la legge prevede, per il reato di sfruttamento della prostituzione, una pena che va da un minimo di 3 a un massimo di 7 anni (con pene raddoppiate nei casi in cui la persona sfruttata risulti essere: minorenne, una parente stretta o una dipendente aziendale), mentre il testo originale presentato dalla folle valchiria socialista partiva da un minimo di 15 anni di reclusione…

Sei mesi più tardi, il 20 settembre dello stesso anno, la legge entrò in vigore. Nei 585 bordelli presenti in tutta Italia in quel momento, dalle 21 alle 24 dell’ultima sera ci furono, dappertutto, grandi festeggiamento d’addio. Fiumi di champagne e la possibilità, incredibile ed eccezionale, di scopare gratis con le prostitute. Ma l’atmosfera era funerea. Si chiudeva un’epoca e tutti si chiedevano che cosa sarebbe successo in seguito. Pochi minuti più tardi la risposta a quella muta e generale domanda si impose all’evidenza generale.

Infatti, a mezzanotte in punto di quella fatidica notte, polizia e carabinieri entrarono in contemporaneamente in tutto il paese nei bordelli, spingendo tutti quanti, puttane, maitresses e clienti, fuori, e apponendo i sigilli alle porte. Da quell’istante l’esistenza dei postriboli diventava illegale. Che cosa accadde allora? Quello che era facilmente prevedibile e che soltanto una personalità perversa come quella della Merlin non aveva saputo immaginare. Tutte le prostitute si riversarono sui marciapiedi, davanti alle case di tolleranza, e cominciarono a prostituirsi direttamente sulla strada. Una eventualità che alla ingenua Merlin non era neppure venuta in mente… Occorre a questo punto ricordare un dettaglio importante, su cui la censura ufficiale si è abbattuta, sin da quei primi mesi del dopo-Merlin, per impedire la conoscenza della verità.

Si tratta di questo. Il testo della legge è diviso in due parti. Soltanto la prima parte è repressiva. Nella seconda, infatti, si spiega che lo stato ha approntato centri di “accoglienza e rieducazione per le prostitute”. A questi centri tutte le donne che in precedenza lavoravano nelle case di tolleranza potevano rivolgersi per seguire, gratuitamente, corsi scolastici professionali per imparare un mestiere (sarta, ricamatrice, artigiana, ecc). In ogni città capoluogo di provincia, a partire dal 20 settembre 1958, fu aperto uno di questi centri. Tre mesi più tardi l’ultimo ancora esistente chiudeva i battenti, perché nessuna prostituta, nessuna…, si era presentata, in nessun centro di nessuna città italiana! In compenso, nel frattempo, la prostituzione stradale aveva ricevuto un impulso fortissimo, creando un vero e proprio nuovo genere di costume sessuale nazionale.

Nascevano i “putan-tour”, l’abitudine, cioè, di fare lunghi giri in macchina per andare a guardare (e spesso disturbare) le prostitute che stavano lavorando sul marciapiede… Nell’inverno dello stesso anno, a distanza di poche settimane dall’entrata in vigore della legge che portava il suo nome (e di cui era ormai evidente e palese a tutti il colossale fallimento), in una seconda, celebre intervista al “Corriere della Sera”, Lina Merlin dichiarava di essere profondamente amareggiata per le conseguenze di questa sua iniziativa, conseguenze a cui non aveva minimamente pensato.

Aggiungeva la propria intenzione di ritirarsi dalla politica, come effettivamente fece. Morì non molto tempo più tardi, distrutta e sopraffatta dal dolore provocatole proprio da quella bruciante sconfitta. La sua idea maniacale e utopistica, tuttavia, era diventata legge, continuava a esserlo, a procurare guai e problemi e, nello stesso tempo, anche a rivelare, ogni giorno di più, ogni anno di più, l’incapacità della classe dirigente politica italiana di affrontare seriamente il problema della prostituzione. Infatti, mentre il fenomeno della prostituzione cadeva in mano alla malavita (in anni più recenti soprattutto straniera), mentre si creavano, in tutte le città, situazioni di invivibilità per i residenti proprio a causa di questa illegalità consentita dalla legge, cominciavano i tentativi di cambiare la situazione, sia presentando disegni di legge alternativi in parlamento (l’ultimo in ordine di tempo, quello concepito da Bossi e dalla lega Nord, giace da due anni alla commissione giustizia della camera, incagliato in uno scoglio che sembra impossibile da superare) sia addirittura con veri e propri referendum, come quello di cui si fece promotore il quotidiano torinese “La Stampa”, nei primi anni 70, in seguito a gravi episodi di intolleranza e di violenza verificatisi a Torino e scaturiti proprio nell’ambiente della prostituzione. Ma tutto questo non ha mai portato a nulla. Per l’incapacità della classe dirigente politica italiana (di sinistra, di centro, di destra) di accettare la prostituzione per quello che è. Non un “turpe mestiere” come pretenderebbero i cosiddetti benpensanti (in realtà solo sessuofobi), ma un mestiere come un altro. Niente di meno e niente di più. Il mestiere più antico del mondo.

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