Recentemente il caso Lapo ha costretto i grandi mezzi di informazione a occuparsi del “fenomeno transessualismo”. Non sempre lo ha fatto in modo intelligente. Anche La Mela si getta nel mucchio e vuole dire la propria opinione, ma con uno stile che i lettori impareranno presto a conoscere: utilizzando i documenti. A partire da questo numero e per quattro puntate pubblichiamo in esclusiva le confessioni vere (datate anni 70 e anche per questo ancor più attendibili perché già consegnate alla Storia) di un uomo che, dopo avere a lungo lottato, alla fine è diventato donna. Un documento prezioso e importante che, intanto, ci offre lo spunto per cominciare a demitizzare un mondo violentemente negato eppure sempre più desiderato dalla pseudo-cultura, ufficiale e anti-erotica: l’universo delle donne che hanno il cazzo in mezzo alle cosce…

Servizio pubblicato su La Mela di Eva Magazine N.1 – Febbraio 2006

SONO PIU’ PUTTANE DELLE ALTRE: ECCO PERCHE’ PIACCIONO TANTO

Il lettore, intanto, anche prendendo visione di alcune citazioni che ospitiamo in questo servizio, può facilmente capire quanto grande e imponente sia la montagna di sciocchezze che si pensano e si dicono in merito al tema della transessualità in seno alla cultura ufficiale, da sempre
improntata a un severo e violento spirito sessuofobico. Ma perché diavolo, si chiede guardingo e inquieto il sessuofobo, uno dovrebbe andare a scopare con una finta donna che ha il cazzo? E perché mai questa incredibile creatura si comporta così e non da uomo, quale in fondo è? Domande prive di senso. La trans non è un uomo, è una donna imprigionata in un corpo maschile: negli anni 70 il mito della transessualità
completa, da raggiungere grazie a un intervento chirurgico, andava per la maggiore. Oggi, al contrario, è in ribasso: le trans preferiscono tenere il cazzo in mezzo alle gambe. Perché hanno capito che agli uomini questo
piace di più. Hanno capito che gli uomini sono stanchi di donne mascoline, quelle che la nuova società postfemminista ci propone. Potendo scegliere, preferiscono gli uomini effeminati. Infatti, paradossalmente, le prime sono piuttosto maschili mentre le seconde sono piuttosto femminili (o comunque più delle altre). Quanto al fatto che le trans in genere sarebbero puttane, è vero. E solo la prima prova in assoluto di quanto sia sciagurato il mito perbenista borghese secondo cui la prostituta sarebbe una povera vittima della società, costretta dalle avversità della vita a un “turpe mestiere”. La prostituta è una donna più femminile delle altre (e di conseguenza le trans sono, anche in questo senso, vere donne…) perché sa che la donna è puttana. E che agli uomini una donna che non sia puttana non piace…

VOLEVO LA “COSA”

Patrick aveva in mente una cosa soltanto: diventare Patricia. Siamo in Inghilterra, negli anni 60 e la “rivoluzione sessuale” degli anni 70 deve ancora arrivare. La disinformazione sessuale è imperante. Il ragazzo ancora non sa che cosa davvero egli sia e che cosa davvero potrà diventare la sua vita. Ma segue l’istinto. Ecco la straordinaria vicenda vera, che pubblichiamo in esclusiva in quattro puntate, di un caso di transessualismo “totale”. Partendo da una presunta mascolinità tutta da dimostrare, Patrick alla fine riuscirà a diventare una donna a tutti gli effetti. Ma sempre, durante tutta questa storia, egli è stato più donna di molte altre donne “vere”.

Al “Playgirl Club”, dove ho lavorato per molto tempo come spogliarellista, finivo il numero principale indossando soltanto un orologio da polso. Così, il pubblico aveva modo di prendere ogni appunto sulla natura dei miei organi privati. Gli uomini in platea mugolavano sofficemente, come mugolano gli uomini dinanzi alle femmine che si spogliano, in ogni parte del mondo. Si sa che un buon attore può dare a intendere quello che vuole al pubblico. A una stripper è più difficile: gli occhi che ti si appiccicano addosso sono di un’avidità critica inesorabile. Non parliamo poi delle strippers fra di loro. Ti guardano come se volessero spogliarti, della pelle e dei tessuti, naturalmente, dato che sei già nuda, per accertare se hai un fegato abbastanza sexy. Al Club noi ragazze dividevamo un piccolo spogliatoio. All’inizio tutte gratificavano delle proprie sbirciate solo me, la nuova. Volevano controllare che io avessi le carte in regola. Ah, la malizia delle femmine concorrenti! I loro sguardi sono bisturi affilati che ti penetrano nelle pieghe dell’ombelico. E vi assicuro che nulla sfugge alle occhiate concentrate di una commissione di strippers.

ECCITAVO L’UOMO IN ME

Le migliori spogliarelliste si eccitano sempre quando toccano la fase finale del loro numero e gettano via l’ultima “foglia”. Questo stato di eccitazione è una componente del successo. E io ero una buona stripper, forse perché trovavo che l’eccitazione in simili circostanze fosse del tutto normale. Poi, rispetto alle altre, avevo un uomo in più a guardarmi dalla platea, un uomo particolarmente intimo e vicino: me stesso. Sono nata maschio e ho attraversato molti anni difficili prima di diventare donna in ogni particolare fisico. Così, il maschio nascosto nella mia più profonda personalità si eccitava alla mia femminilità nuda. Mi piaceva immaginare che Patrick, l’ex me stesso, sedesse in platea e si rallegrasse della danza nuda di Patricia, l’attuale me stessa. Tenevo segreto al Club il fenomeno della mia trasformazione. Non perché volessi ingannare la gente, ma perché tentavo di liberarmi del mio passato intersessuale, così terribilmente complicato. Nulla di anormale, nella mia voce: semplicemente la voce di una ragazza. La pelle, liscia, delicata. Ecco le mie misure: 87-55-87, quelle di una donna sottile e ben proporzionata, tanto che avevo pienamente soddisfatto anche lo sguardo professionale di mr. Charles Parker, il direttore del “Playgirl Club”, a Nottingham. Chi avrebbe mai immaginato che quella biondina aveva fatto il soldato e poi era stata marinaio in una flotta mercantile? Proprio durante il servizio militare iniziò la mia metamorfosi. Da un giorno all’altro il mio corpo si ammorbidiva e si arrotondava. Dio, come diventavo femmina!

MI MANCA SOLO L’UTERO!

Ed ero nata maschio, con organi sessuali maschili regolamentari. Però non mi è mai cresciuta la barba. Fisicamente, potevo definirmi un uomo-donna, ma dal punto di vista psico-ormonale ero donna al 75 per cento. dolescente, iniziò il mio angoscioso travaglio, alla ricerca di una definizione sessuale. Mi rendevo conto di non essere giusta e tentavo disperatamente di diventarlo. In un primo tempo pretesi di fare il maschiaccio, ma i risultati furono un disastro. Ne dedussi che la scelta dovesse orientarsi in direzione dell’omosessualità. Così mi unii alla comitiva della gay people, ma la carta dell’omosessualità andò male. Per questo tentai l’esercito, prima, e la marina mercantile, poi. Ma la mia personalità non veniva fuori. Così, cominciai a fare il giro delle cliniche psichiatriche, cercando aiuto. Ci fu un periodo in cui mi travestivo. Ma non interessavo agli specialisti, perché apparivo una femmina vera e propria, come una puttanella qualunque. Allora decisi di impersonare stabilmente il ruolo femminile. Debuttai in teatro con Danny la Rue, allora giovanissimo, in una compagnia in tour. Mi presentavo sui vari palcoscenici europei in abiti (e senza) femminili. Contemporaneamente, continuavo a frequentare le cliniche. Ho subito due operazioni per il cambiamento di sesso e ormai posso dire di essere, in ogni particolare fisico, una donna, con una sola eccezione: non ho l’utero.

Questa è, essenzialmente, la mia storia. Oggi sono sposata e mi sembra di vivere tranquillamente, come tutte le altre donne. Tuttavia, non riesco a dimenticare il passato. Sono nata a Leeds, nello Yorkshire, in Inghilterra, durante la seconda guerra mondiale. I miei genitori erano soddisfatti di me:
un bel pupo robusto, con ogni cosina al suo posto. Posso riandare con la memoria ai primi anni di scuola. Allora ero un ragazzino solitario, non riuscivo a giocare con gli altri, né con i maschi, né con le femmine. Preferivo rimanermene a casa con la mamma, tentando di aiutarla in cucina. Sceglievo giochi da bambina e, quando riuscii a barattare certi miei giochi con due bambole, queste ultime divennero gli oggetti delle mie cure più assidue. Del resto ero felice. Non mi disperdevo in giochi macchinali con i ragazzini del vicinato, ero un tipo casalingo, mi piaceva la compagnia di mamma e papà. Di singolare c’era solo la tendenza a indossare indumenti femminili. Mia madre mi lasciava fare, perché, come disse più tardi, aveva una tenera comprensione verso le mie attitudini femminili. “Sì – mi disse un giorno, molti anni più tardi, – ogni tuo movimento aveva la grazia di una bambina. Non sembravi per nulla un maschietto”. Arrivai alla scuola media. Classe mista. Pieno accordo, sia con i ragazzi che con le ragazze, sebbene avvicinassi gli uni e le altre con una certa timidezza. Detestavo gli sport e i giochi rudi, ma devo dire che i compagni di scuola non mi sfottevano per questo. Solo mi tormentavano certe domande candide da parte dei maschi: “Insomma, sei un ragazzo una ragazza?”. Persino un insegnante mi rivolse la stessa domanda. Rispondevo spavaldamente di essere un ragazzo. Non c’erano malignità o ironia in questo tipo di curiosità, le loro domande erano del tutto comprensibili. Rimanevo a studiarmi davanti allo specchio, a volte per ore e ore. Per la mia età ero alto e vigoroso. Ovviamente portavo abiti di foggia maschile. Solo il viso, quell’espressione da ragazza, mi tradiva. Fuori di casa facevo di tutto per apparire maschio, cercavo di comportarmi come un bulletto. Ma dissi alla mamma che certi strani uomini avevano fatto delle insinuazioni circa il mio aspetto. Mia madre sapeva quanto fossi preoccupato per il mio futuro sessuale. Così lei stessa mi aiutò ad apparire più maschio. Per prima cosa mi comprò calzoni lunghi, da uomo. Ma gli equivoci continuarono. Sempre la stessa domanda continuava a perseguitarmi: “Sei un ragazzo o una ragazza?” Me la rivolgevano i nuovi compagni di scuola, ma anche l’usciere del museo, la signora della biblioteca e alcuni conoscenti del parco.

“SONO L’UNA E L’ALTRA”

E io accentuavo la grinta. A casa mi scaricavo di tutto quel bagaglio di
intenzioni e i giochi preferiti rimanevano quelli delle bambine. La mia
sorellina aveva una casa di bambole. La trasformai in un teatro e vi davamo
concerti e spettacoli. Per me era particolarmente piacevole recitare le parti da donna. Certe volte facevo la diva e mi pavoneggiavo dinanzi allo specchio. A dieci anni passai a un’altra scuola, con classi separate, maschili e femminili. C’incontravamo, con le ragazze, solo durante la ricreazione, in cortile. La seconda parte della mia carriera scolastica non fu per nulla felice. Fra gli undici e i dodici anni, il fatto che io fossi un tipo singolare apparve lampante, a dispetto degli sforzi di comportarmi da maschio. Il viso aveva morbidi contorni, la delicatezza sognante di una ragazzetta di primo pelo. La voce, le movenze, tutto rimaneva femminile. Sebbene avessi, ovviamente, gli organi sessuali maschili, la mia carnagione era fragrante, rosea, tenerissima, neanche una peluria sulle gambe, sul petto o in qualsiasi altra parte del corpo. Durante quei difficili anni, c’erano periodi in cui mi stufavo di recitare la parte del giovanotto. Allora, quando ero solo, indossavo abiti femminili davanti allo specchio, mi mettevo l’ombretto agli occhi e usavo il rossetto. A tredici anni il mio sviluppo transessuale ebbe una nuova espressione. Ricordo quella circostanza minuto per minuto. Ero sola in casa. Improvvisamente mi sentii oppressa dalla necessità di tingermi i capelli. Mi apparve ineluttabile il destino della mia personalità fisica. Sapevo di dover diventare bionda. Come un automa, uscii trasognata verso la farmacia. Acquistai un flacone di perossido. Rientrato in casa, scivolai nel bagno, Ne uscii bionda. Mamma tornò con le mie due sorelline. Ero in camera mia. Dopo un po’ mi chiama per il tè. Non sapevo che fare. Impulsivamente mi caccio in capo il berretto di scuola e me lo tengo per tutto il tempo del tè. Mamma, naturalmente, dice di togliermi il berretto e io me lo tolgo, drammaticamente. La vista dei capelli biondi la scuote. E’ arrabbiatissima. “Questo è troppo! – dice. – Sei diventato matto? Aspetta che torni tuo padre e vedrai!” Papà mi chiama in disparte. Nella sua voce c’è più amarezza che stizza. Il giorno dopo, a scuola, i compagni mi sfottevano. Uno disse. “Adesso sì che sei in carattere!” Gli insegnanti, invece, mi ignorarono. A quindici anni divenni strano, un altro individuo, amaro. Alla solita domanda. “Sei un ragazzo o una ragazza?”, ora rispondevo: “L’uno e l’altra”. Mi sentivo svuotato, come uno schizofrenico. A scuola mi piaceva la compagnia di certi ragazzi che però non gradivano la mia, perché non parlavo e non mi comportavo come loro. Così, mi rifugiavo fra le ragazze. Andava meglio, ma quasi morii di paura quando una di loro si invaghì di me.

PAURA DELLE DONNE

Fra i dieci e i quindici anni, non avevo mai avuto una fidanzatina o… un fidanzatino. Al cinema andavo sempre con mia madre. Occupavo il tempo libero disegnando, specialmente bozzetti di moda. Facevo abiti per le bambole. Ma non riuscivo a divertirmi veramente. Avevo sempre il muso e scattavo in risposte sgarbate ai miei genitori e alle mie sorelle. Dopo ogni
bisticcio, mi chiudevo a chiave in camera, abbandonandomi a crisi di pianto. Certe volte scoppiavo in singhiozzi senza sapere perché. Vivevo in uno spaventoso stato di tensione. Quando finii la scuola media, mi sembrò il
giorno più felice della vita. Finalmente potevo sentirmi un individuo e non il membro di una classe mista. A scuola avvertivo costantemente l’urgenza di chiarezza, in relazione alla mia doppia personalità sessuale. Ora potevo
andare per la mia strada, essere me stessa, senza bisogno di comportarmi secondo i luoghi comuni che caratterizzano l’uno e l’altro sesso.

Il caso volle che trovassi lavoro in un’elegante negozio di cosmetici, borse e
guanti per signora. In confronto con la scuola, quello era il paradiso. Ma fu un capitolo breve, che si concluse con il primo ricovero in clinica. Fu quando cominciai a frequentare le sale da ballo che i nervi mi andarono a pezzi. Le ragazze si strusciavano contro di me e io mi sentivo sconvolto da quelle assurde morbidezze che mi venivano offerte con prodigalità. Sentivo le punte dei loro capezzoli eccitati sul mio petto e il morbido delle cosce che premeva contro di me cercando improbabili reazioni. Un paio di volte mi sentii così sconcertato da piantare la ragazza e lasciare la sala, pieno di paura e di vergogna. Un paio di ragazze avevano l’aria di essersi prese una cotta per me e io non sapevo da che parte posare lo sguardo per evitare la luce fluttuante dei loro occhi, pieni delle più zuccherose promesse. La notte, sotto le lenzuola, mi struggevo di indefinibili desideri, ma ignoravo l’oggetto di quei desideri. Caddi in un preoccupante stato di esaurimento nervoso. Il medico di famiglia volle che mi spogliassi nudo ed esaminò scrupolosamente i miei particolari anatomici, soffermandosi, con insistita curiosità, specialmente sulle zone erogenee. Disse ai miei che sarebbe stato conveniente il ricovero in una clinica neurologica. Secondo lui, una mia precisazione psichica avrebbe favorito una precisazione psichica. Consigliò il Mental Hospital di Southport.

Lo specchietto sintetizza la posizione della psicoanalisi freudiana classica rispetto ai problemi del travestitismo e del transessualismo. Si noti come il settore definito “moderatamente transessuale” e non indagato con particolare attenzione sia in realtà quello in cui si trova la stragrande maggioranza dei transessuali. Un elemento nuovo, che è venuto alla ribalta proprio negli ultimi anni, nel comportamento transessuale è l’esaltazione dell’organo sessuale maschile, idolatrato ed esaltato anche per le dimensioni e le prestazioni maschili, in un contesto per altri versi totalmente femminile. Questa androginia, intesa come fruizione contemporanea di femminilità e mascolinità, sembra essere attualmente il punto di forza della prostituzione transessuale nel mondo e l’elemento trascinante, in termini di fascino e capacità seduttiva, nei confronti del maschio eterosessuale come pure della femmina bisessuale. Gli unici a restare freddi e infastiditi dal fenomeno sembrano essere gli omosessuali maschi.

LO SCIOCCO MONDO “NORMALE”

Mia madre era turbata. Invece, la prospettiva di andare in una clinica psichiatrica non meravigliava e non preoccupava me. Volevo essere curata, speravo che i medici mi avrebbero resa normale. All’ospedale di Southport fui assegnato, logicamente eppure stranamente, al reparto maschile. Ci
incontravamo, con le donne, al refettorio. Ero il più giovane ricoverato
e il mio aspetto fisico non poteva passare inosservato: capelli ossigenati e lunghe unghie smaltate di rosso. Parlavo e mi muovevo come una donna, eppure ero proprio un bel giovanotto, molto alto e robusto.

La cura consisteva in un riposo prolungato, conversazioni con gli psichiatri e la ordinaria vita di corsia. Mi feci amiche diverse donne sposate. Fu un ambiente simpatico, davvero riposante, quello dell’ospedale. Rimane un
bel ricordo, per me. La maggior parte dei ricoverati era cordiale o, nel peggiore dei casi, mi trattava con indifferenza. In mezzo a quei patetici mezzi pazzi, insomma, era normale essere anormale. Fui dimessa dopo un mese, completamente ristabilita. Ma i miei problemi non erano stati risolti e mi spaventava l’idea di dover tornare in questo sciocco mondo normale. I miei avevano detto al negozio in cui lavoravo che ero ammalato, ma non che ero all’ospedale psichiatrico.

Così ritrovai il mio posto di lavoro senza difficoltà. Per qualche tempo mi sentii soddisfatto di lavorare in negozio tutto il giorno e di starmene a casa la sera e la notte. Avevo superato i sedici anni, ma la mia voce rimaneva limpida e argentina, com’è tuttora. Ero sessualmente maturo. Ma in quale direzione? In negozio, uno dei colleghi, un ragazzo di qualche anno più vecchio di me, appariva diverso dagli, ma non avrei saputo dire perché. Solo più tardi realizzai che era omosessuale. Non mi corteggiò mai, tuttavia.
Soltanto una sera mi invitò ad andare con lui in un pub dove si trovavano solo maschi. Era un locale gay.

NON ERO UNO DI LORO

Il mio debutto nella gay scene rappresentò una strana esperienza. Ebbi un successo immediato. Un bell’uomo, sulla trentina, che in seguito scoprii essere un noto suonatore di sax, mi offrì da bere e mi circondò di ogni premura. Questo costume, da parte degli uomini più maturi, di offrire da bere agli uomini più giovani, mi risultava nuovo. Il sassofonista e gli altri pochi signori del suo entourage erano gentili, anzi cerimoniosi, in ogni caso intelligenti. Alcuni erano spiritosissimi. Io non parlavo molto, temevo di apparire sciocco. Mi dava una strana e non sgradevole sensazione trovarmi in quella compagnia, ogni componente della quale mi guardava come se gli appartenessi.

Via via che passavano le ore perdevo la mia timidezza. In realtà, i nuovi amici mi piacevano. Ero assolutamente ingenua. Avevo sentito dire qualcosa di molto vago sul conto degli omosessuali, ma non avevo mai immaginato che io stesso potessi essere uno di loro. Scusate se nel corso di questa escursione attraverso il mio passato uso qualche volta il maschile e qualche volta il femminile, parlando di me. D’altra parte è un tipo di grammatica che mi si addice particolarmente. Ci sono circostanze, nei miei ricordi, in cui mi vedo, solo per fatti di costume e di ambiente, come un individuo di sesso maschile. Ci sono altre circostanze in cui mi sento più direttamente me stessa quale sono oggi, e allora mi considero al femminile. Il sassofonista mi portò a casa sua, con una lussuosa auto rossa. Pensai che avesse voglia di prendere un altro drink e che poi mi avrebbe accompagnato a casa. Infatti, bevemmo diversi bicchierini. Poi mi si sedette accanto sul divano e mi baciò teneramente sulla bocca. Non so perché, mi misi a frignare.

Leave a Reply

Lascia un commento